Referendum Costituzionale: non ci servono meno parlamentari ma parlamentari migliori

Quella sul Referendum Costituzionale del 20-21 Settembre prossimo sta assumendo sempre più i grotteschi contorni di una campagna elettorale – l’ennesima – fatta di slogan, posizioni ideologiche ed aprioristiche e di sciatti calcoli contingenti sulla vita del Governo.

Voterò NO a questo Referendum, in maniera convinta, pur annoiato e stanco da un dibattito che davvero è di bassissimo livello.

Anzitutto, partiamo da un dato di fatto. Una riforma dell’assetto istituzionale, che vada a rivedere il pasticcio della riforma del Titolo V, messa duramente alla prova nelle estenuanti discussioni sulle attribuzioni delle competenze in Conferenza Stato-Regioni che anche in tempi di emergenza pandemica abbiamo sentito più volte trattare, è fondamentale e necessaria. Avevo supportato convintamente la riforma costituzionale proposta nel 2016, che riduceva il numero di parlamentari, superava il bicameralismo perfetto, e ridefiniva l’assetto ordinamentale del nostro Paese.

Quella riforma è stata affossata dagli stessi parlamentari che oggi si schierano, assieme, in una chimera di logica e dialettica politica, per il Sì a questo nuovo referendum costituzionale.

Come si può pensare che la riduzione del numero dei parlamentari nel nostro Paese sia una riforma? Per tagliare, peraltro in maniera residuale, i costi della politica, non è necessario riformare la Costituzione (men che meno da parte di quelli che facevano i girotondi per difendere la Costituzione più bella del mondo, ndr). Basta una operazione di spending review, basta ristrutturare la spesa pubblica e limitare i costi infruttuosi dedicandosi magari a investimenti e riforme strutturali e con lo sguardo al futuro.

Per riformare la Costituzione, serve un disegno riformista, che qui non esiste.  

Il taglio del numero dei parlamentari è una operazione che, nascondendosi dietro alla vulgata populista del taglio dei costi della politica, riduce la rappresentatività parlamentare. Avremo meno rappresentanti eletti vicino ai nostri territori, e non sapremo come verranno selezionati. Perché, lo scempio massimo di questo assurdo referendum, è quello di proporre un taglio al numero di parlamentari senza nessun tipo di accordo reale e robusto sulla nuova legge elettorale. L’unico modo per garantire rappresentatività con un numero molto inferiore di parlamentari è attraverso dei collegi uninominali associati ad un sistema maggioritario. L’unico sistema che possa garantire, in ciascun collegio, di eleggere le persone migliori e non i politici catapultati da Roma e decisi nelle segreterie e nelle direzioni nazionali. Oggi sappiamo invece che avremo oltre 300 parlamentari in meno, scelti non si sa da chi, e senza nessuna garanzia di alcun tipo. Se la politica deve essere contatto con la cittadinanza, coinvolgimento, partecipazione, questo sarebbe già un motivo pià che sufficiente per votare No.

In ultimo, siamo un paese atavicamente irriformabile. Dalla Commissione Bicamerale alla devolution calderoliana fino al progetto Renzi-Boschi, ciclicamente la politica cerca di mettere mano alla Costituzione per ridefinire gli assetti istituzionali del Paese. Fallendo. Dare l’alibi ai professionisti del no aprioristico a qualsiasi innovazione, attraverso questa sciocca operazione economico-elettorale, per sbandierare una epocale riforma costituzionale che ci blocchi per i prossimi venti anni è assurdo e illogico. Il nostro Paese ha bisogno di essere riformato sul serio (e magari da gente seria), non certo risparmiare qualche euro senza garanzie su quello che accadrà alle prossime elezioni.

Non servono meno politici in Italia, ne servirebbero tanti di più. Avremmo maggiore selezione, più meritocrazia e – magari –ci lamenteremmo meno dell’assenteismo a Roma e della distanza fra politica e territori. Non serve meno politica, oggi, nel nostro Paese, ma più politica e di maggiore qualità.

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