No alle polemiche, agli insulti, e al disimpegno. Non è un derby. È la Liberazione: buon 25 aprile!

Buon 25 Aprile a tutte e a tutti.

Viva l’Italia libera ed unita. Viva la Resistenza. Viva il 25 Aprile.

Oggi è una giornata di commemorazione, celebrazione e festa. Dobbiamo rendere omaggio a chi ci consente di essere oggi un popolo ed un Paese libero, e darne testimonianza attiva.

Qui il discorso che ho letto stamattina alla commemorazione a Renazzo.

Rivolgo un caloroso saluto ai rappresentanti delle associazioni combattentistiche e d’arma, alle autorità militari, religiose e civili, a tutte le cittadine ed i cittadini qui riuniti in questa giornata di festa e commemorazione.
“A celebrazione della totale liberazione del territorio italiano, il 25 aprile 1946 è dichiarato festa nazionale” si legge nel decreto che, su proposta del Presidente De Gasperi, andava ad istituire come festività l’Anniversario della Liberazione dell’Italia. Anche quest’anno, come ogni anno dal 1946 ad oggi, ci ritroviamo in questo luogo a celebrare l’anniversario della Liberazione, a coronamento della lotta di resistenza civile, militare e politica che le forze partigiane hanno condotto durante la Seconda Guerra Mondiale contro l’occupazione del regime nazi-fascista.
Ma anche quest’anno, come in numerosi momenti – più o meno recenti – della nostra storia repubblicana, ci troviamo dinanzi all’inasprirsi di assurde e faziose controversie che ci spingono a dimenticare che il 25 Aprile è una giornata di festa nazionale e come tale dovrebbe unire e non dividere. Quella che celebriamo oggi è una festa di grandissima importanza, in cui si ricorda la vittoria degli ideali di libertà e democrazia che hanno consentito di consegnare alla Storia un Paese libero e voglioso di intraprendere quel percorso che vede l’Italia oggi essere una Repubblica. Rendiamo omaggio oggi al sacrificio coraggioso e valoroso di persone appartenenti a differenti ceti sociali, con diverse ideologie politiche e religiose che, accomunati dai valori di libertà ed uguaglianza hanno combattuto, ciascuno nel suo piccolo, per rivedere la libertà attraverso un conflittuale e sanguinoso percorso di Liberazione dall’oppressione, dalla dittatura e dalla guerra.
Dover affrontare, anche quest’anno, anche oggi, polemiche scaturite da esponenti del Governo che dichiarano che “la Liberazione che ora serve al Paese è quella dalla mafia”, oppure Comuni dove le celebrazioni del 25 Aprile sono state sospese, cancellate o sono diventate motivo di scontro politico acceso rappresenta un insulto a quei 45.000 partigiani che hanno sacrificato le loro vite per ottenere la liberazione dell’Italia. Donne e uomini, giovani e meno giovani, civili, militari e religiosi a cui va una sconfinata gratitudine, la commemorazione più sincera e la cui memoria deve essere ravvivata e tramandata.
“Anche in chi si è gettato nella lotta senza un chiaro perché, ha agito un’elementare spinta di riscatto umano, una spinta che li ha resi centomila volte migliori di voi, che li ha fatti diventare forze storiche attive quali voi non potrete mai sognarvi di essere!” – questa citazione di Italo Calvino richiama perfettamente al valore di un Movimento, quello partigiano, che nella sua interezza, nella sua diversità è stato protagonista della Storia del nostro Paese. Un moto popolare, di partecipazione autentica finalizzata alla conquista di un futuro migliore, rappresentato dalla libertà, cui ancora oggi, tutti noi, nell’esercizio dei nostri diritti e doveri di cittadini dovremmo voler aspirare. Siamo liberi, grazie ai nostri Padri e ai Padri della nostra Patria, ma non si può e non si deve considerare esaurita la spinta propulsiva che deve vederci impegnati nella evoluzione collettiva delle forme di libertà del nostro Paese. “Noi uomini vissuti e destinati a morire in questa tragica stagione del dolore – scrisse Piero Calamandrei nell’agosto del 1945 – dovremo serenamente creare nella Costituente lo strumento per aprire alla giustizia sociale le vie di un domani che noi potremo soltanto intravedere.” Oggi che quel domani è la realtà che viviamo, e che si è consolidata nel corso degli anni, non senza momenti di difficoltà nel percorso di rafforzamento e crescita delle istituzioni democratiche, le critiche che riserviamo alla politica, alla nostra democrazia repubblicana dovrebbero così essere tradotte in partecipazione attiva all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
Guido Galimberti, partigiano bergamasco, ha avuto modo di raccontare: «Care bimbe, ora non potete leggere questo mio ultimo scritto, lo leggerete quando potrete comprendere, allora apprenderete su questo foglio la morte di vostro padre, e saprete che è morto da soldato e da italiano e che ha combattuto per avere un’Italia libera. Addio bimbe, spero che quando sarete grandi la mamma vi farà imparare ad amare l’Italia e l’amerete con tutto il cuore»
Amare il nostro Paese, traducendo questo profondo sentimento ben descritto dal partigiano Galimberti e – sempre nelle sue parole – “sentirci veramente italiani” significava allora combattere contro la guerra e per la libertà, e oggi impegnarsi per passare oltre a quei campanelli d’allarme, a quei molteplici segnali di insofferenza sociale e al rischio che mettere i diritti civili davanti a tutto sia considerato un esercizio di parte. Perché senza diritti non c’è libertà, non c’è democrazia, e per questo dobbiamo essere grati a tutti coloro i quali hanno messo le proprie vite nelle mani del destino per consentirci di vivere in una società libera e civile, celebrando anche quest’oggi l’Italia liberata.

Viva l’Italia!
Viva il 25 Aprile!

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