Viva l’Italia liberata: 25 aprile 2017

Viva l’Italia liberata. Viva il 25 Aprile. Una bella manifestazione, viva e non retorica, quella di cui siamo stati oggi partecipi a Renazzo.

Questi il mio pensiero letto oggi alla cittadinanza intervenuta.

Ogni anno, il 25 aprile ci troviamo a riflettere sulla liberazione e sulla rinascita del nostro Paese dalla atroce barbarie del Secondo conflitto mondiale e del nazifascismo così cruentemente opprimente e totalizzante. Ricordiamo e ravviviamo la memoria di tutte le donne e gli uomini, i civili e i miliari, che hanno fatto la storia dell’Italia libera che oggi conosciamo. Una giornata dedicata alla solenne commemorazione dei sacrifici e degli eroismi sostenuti dal popolo italiano durante la lotta contro il nazifascismo. Una lotta, una guerra, vittoriosa proprio perché unitaria, trasversale, di popolo. Una guerra partigiana, parola tremenda e al contempo splendida citando Beppe Fenoglio, che porterà sempre con sé l’integrità e il dolore di un conflitto che non solo una generazione, ma fasce ampie e trasversali dell’intera popolazione si sono trovati costretti a combattere per potersi riprendere il proprio paese. Quell’Italia unita, una ed indivisibile, che vede nel 25 aprile il momento propedeutico alle altre due grandi feste civiche e storiche che commemoriamo, il 04 novembre, la Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate, e il 02 Giugno, la festa della Repubblica.
Attraverso le feste civico-politiche si possono ricostruire l’identità e la memoria pubblica di una nazione e le sue trasformazioni nel corso del tempo. Troppo spesso, però il clima politico-culturale finisce per mettere in ombra il fine vero di questo importante giorno.
Allontanandosi dal 25 aprile del 1945, è andata via via esacerbandosi, in maniera più o meno marcata a seconda del momento storico, la strumentalizzazione del momento più drammaticamente iconico del nostro percorso nazionale. Non possiamo rischiare che questa ricorrenza diventi un contenitore vuoto che ognuno riempie con i significati e con le rivendicazioni che preferisce.
Lo scorso anno, sulla rivista Internazionale, ho letto un bel pezzo del giornalista Christian Raimo, che proponeva in maniera provocatoria e abilmente caustica di abolire la festa del 25 aprile o, in alternativa, di sostituirne la denominazione. La provocazione nasceva dalla crescente indifferenza dell’opinione pubblica per la festa della Liberazione dal Nazifascismo.
Pur essendo radicata la tradizione italiana di usare la storia come appiglio per le proprie rivendicazioni, il 25 aprile ha e dovrà sempre avere un respiro più ampio, una valenza più istituzionale che deve unire la forza della volontà di riscatto che deve necessariamente essere presente in tutti noi, uomini liberi, in questa Italia democratica che nasce dalla Liberazione del Paese. La radice “liber” che lega il concetto oggettivo, storico e secolare di liberazione al principio soggettivo ed individuale di libertà, costituisce l’esile filo attraverso cui ogni lotta può essere legata al 25 aprile. Questa usanza, tuttavia, che oramai ci troviamo di volta in volta a commentare, rappresenta però anche il modo più rapido per privare questo momento di commemorazione dalle proprie radici, dal ricordo di un evento storico ben preciso e non certo semplice, lineare, fiabesco: la dolorosa, sanguinaria ma sacrosanta e fondamentale liberazione dell’Italia dal nazifascismo.
L’ “uso pubblico della storia”, per dirla con l’espressione fortemente critica coniata dal filosofo Jurgen Habermas, diventa naturale per evitare che la memoria si spenga, soprattutto nelle generazioni più giovani e soprattutto con il passare del tempo e, il lento ma inesorabile venire meno dei protagonisti della storia stessa. Nel fare questo, dobbiamo evitare di ridurre la storia a meno pretesto. Citando un passo del Presidente Pertini, “I compagni caduti in questa lunga lotta ci hanno lasciato non solo l’esempio della loro fedeltà a questi ideali, ma anche l’insegnamento di un nobile ed assoluto disinteresse. Generosamente hanno sacrificato la loro giovinezza senza badare alla propria persona. Questo insegnamento deve guidare sempre le nostre azioni e la nostra attività di uomini politici: operare con umiltà e rettitudine non per noi, bensì nell’interesse esclusivo del nostro popolo.”
Questa deve essere la traduzione della memoria in azione, nel pieno rispetto identitario della giornata odierna, e nella chiamata alla partecipazione e alla coesione di un popolo ispirato dai medesimi ideali di quei giovani che durante quei giorni della primavera di 72 anni fa affrontavamo ogni giornata con la convinzione che prima di sera avrebbero compiuto “un altro passo avanti, verso la ricostruzione materiale, civile e politica della nostra Patria amata”. Quel ruolo attivo avuto che tutti noi che siamo qui oggi, le persone a noi vicine, le nostre generazioni più giovani, dobbiamo esercitare. Antonio Gramsci, già nel 1917, diceva “Credo che vivere voglia dire essere partigiani. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L’indifferenza è il peso morto della storia.”
Nel ringraziare quindi chi opera quotidianamente per la nostra società, le autorità militari e le associazioni oggi qua presenti, voglio dedicare un pensiero in questo 25 Aprile a tutti coloro che, abbattendo i muri dell’indifferenza, mantengono viva la memoria della Liberazione.
Viva l’Italia liberata!

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